venerdì 10 febbraio 2012
Di un giorno. Una notte. E un altro giorno.
Le persone sono sempre lì.
Restano ferme dove noi le lasciamo.
Dove le ricordiamo.
Incastonate nel mondo che gli abbiamo disegnato attorno.
Ognuno è perfettamente al suo posto, nel suo disegno realizzato col gesso su un marciapiede.
Un disegno che nemmeno la pioggia riesce a cancellare, che la Bora non scalfisce, che la neve non ricopre.
Se c'è Bora non andate sul Molo Audace. Se c'è Bora non andata sul Molo Audace.
Come le tessere di un puzzle cui manca sempre un pezzo. Perchè quando sei lì che lo stai per finire te ne accorgi e ti danni l'anima a cercarlo sotto il tavolo e nei pertugi più impensati. E lui non c'è mai. Eppure sai che non l'hai sognato. Che l'hai avuto in mano prima, mentre facevi l'altra parte, che l'hai solo lasciato un attimo. Ti sei distratto e lui è sparito. E non c'è verso che risalti fuori. Un dannatissimo pezzo eppure impriovvisamente diventa IL pezzo quello più importante, quello senza cui il tuo puzzle non è fnito, quello che può rovinare tutto se non sbuca di nuovo alla vista.
Eppure sai che c'è.
Solo che non sai dove.
E quel buchetto vuoto, magari proprio lì al centro, è qualcosa che ti logora dentro.
Diventa la tua ossessione perversa.
Ed è solo un dannato, fottuto, infame quadretto di carta colorata.
Un misero francobollo nella costellazione della tua esistenza.
E pare sia La tua stessa esistenza a dipendere dal suo ritrovamento.
Una fila lunga lunga fanno gli uomini dandosi la mano.
E un giorno toccheranno il cielo.
E quando lo toccheranno si saranno riscoperti.
Ritrovati.
E chi dice che non saremo proprio noi, dandoci la mano a toccare il cielo?
Nessuno è mai andato. Ognuno è rimasto esattamente al suo posto.
Nel suo disegno fatto col gesso su un marciapeiede slavato dalla pioggia.
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